venerdì 14 ottobre 2011

Il dolore della perdita, egoismo o altruismo?

sylvia maier, mourning twins
E' cosa nota che il dolore della perdita ricade interamente sui sopravvissuti. E' meno noto però se questo dolore per la scomparsa di una persona cara sia imputabile all'egoismo di vedersi privati del loro affetto e della loro compagnia o siano individuabili altri fattori.
Non vi sembri irriguardoso l'interrogativo nè inutile il cercare di fornire una risposta.
In realtà, spesso ho pensato che questo dolore della perdita fosse riconducibile all'egoismo, in cui a farla da padrone è il soggetto che sente e prova il dolore della mancanza dell'altro, che riconduce tutto a sè: soffre di non avere più accanto la persona cara, di non poterne gioire, di non averne più il sostegno, l'intimità e tutto quello che rendeva straordinario viverci insieme.
E' colui che rimane il soggetto che sperimenta, ovviamente, ma è sempre su di lui che si costruisce e alimenta l'emozione e non su chi è morto. Non è mai, o quasi mai, un dolore per tutto quello che l'altro avrebbe potuto fare e godere, per tutte le opportunità che ha perso, per tutte le cose che non potrà più vedere o dire, insomma, per farla breve, non è un dolore per procura ma un dolore vissuto in prima persona, per tutto quello che per il soggetto stesso non sarà più come prima.
E allora pensavo che questa inevitabile focalizzazione sul soggetto che sopravvive nascondesse la presenza dell'egoismo, un egoismo non necessariamente da intendersi in maniera negativa anzi, forse da non intendersi affatto in maniera negativa, in questi casi, ma pur sempre egoismo.
Sono io che soffro, chiaramente perchè l'altro non c'è più, ma è su quello che per me non sarà più come prima e non su quello che non sarà più come prima per l'altro, che cala la scure della sofferenza. 
Ho anche pensato che potesse esistere una barriera, una sorta di impedimento a trasferire sull'altro, empaticamente, il dolore per tutto quello che per lui non potrà più essere, e questo forse a causa del fatto che l'assenza dell'oggetto rende difficile il trasferimento emotivo.
Poi dopo ho pensato che in realtà esiste un modo di voler bene a se stessi che non è riconducibile all'egoismo. 
E' l'altruismo.

Michael Tomasello [1], psicologo evoluzionista che si occupa da sempre di altruismo, fornisce buone prove della presenza di un altruismo innato nella nostra specie, non individuabile in nessun altro primate non umano.
Tra le sue osservazioni ve ne è una che ipotizzavo anche io: una prossimità tra altruismo ed empatia. 
Egli suddivide in tre tipologie l'altruismo: un altruismo dei beni, uno dei servizi e uno delle informazioni. Brevemente, nel primo caso, i beni, si condivide qualcosa con l'altro, come una mela, nel secondo caso, i servizi, si presta la propria opera a qualcuno e nel terzo, si condividono delle informazioni.
Dove starebbe l'altruismo nella sofferenza per la perdita di una persona cara?


In realtà l'aspetto altruistico potrebbe risiedere nella sofferenza di non poter condividere qualcosa con l'altro, che siano beni, servizi o informazioni, per dirla con Tomasello. Se è vero che per l'altruista collaborare o condividere con l'altro è piacevole, chiaramente in misura variabile a seconda del tipo di attaccamento e relazione esistente con ogni specifica persona, non farlo potrebbe generare una condizione di sofferenza.
Si noti che la presenza di una sofferenza, come dire, di tipo altruistico, non impedisce quella di tipo egoistico legata all'assenza di quel piacere diretto che un rapporto di intimità con l'altro induce.
Inoltre, nell'altruista, è spesso presente un senso di sacrificio, che ugualmente deve generare appagamento, perchè altrimenti, con tutta probabilità, non si instaurerebbe o non si manterrebbe nel tempo. Questo senso di sacrificio è direttamente collegato alla rinuncia a qualcosa per sè in favore di altri. E' da notare, però, che come per tutte le attività umane, anche questa deviazione verso l'altro deve essere appagante: appaga indirettamente, ma comunque appaga. 
Se così possiamo dire, l'altruismo, in questo caso, è una sorta di egoismo attenuato: l'io dell'altruista diventa un protagonista secondario, sulla scena che distribuisce risorse, mentre ha un'importanza simile a quella dell'altro, anche se non perfettamente uguale, nella distribuzione dell'appagamento.
E' in questo senso che definisco altruistico, a volte, il dolore della perdita: si soffre per non poter più condividere, per non poter più sacrificarsi per l'altro, o semplicemente collaborare o assistere. In questo modo, l'asse fondamentale si sposta verso l'altro mentre l'io dell'altruista vive della luce riflessa proveniente dall'altro.



[1] M. Tomasello, Altruisti nati, Bollati Boringhieri 2010

3 commenti:

  1. Carmelo Di Mauro14 ottobre 2011 16:04

    @...spesso ho pensato che questo dolore della perdita fosse riconducibile all'egoismo...

    Più che altro è riconducibile ad un comportamento specie-specifico per cui l'assenza (o la presunta assenza) dell'altro attiva un comportamento di protesta che automaticamente richiami l'attenzione dell'altro. Dal punto di vista delle convenzioni socioculturali, dettate dalla storia e dalla geografia del gruppo di appartenenza, possiamo dire che si tratta di egoismo, di infantilismo, di poco senso della realtà ("se morto con la sofferenza non lo farai ritornare"), ect. ect.

    @Non è mai, o quasi mai, un dolore per tutto quello che l'altro avrebbe potuto fare e godere, per tutte le opportunità che ha perso, per tutte le cose che non potrà più vedere o dire, insomma, per farla breve, non è un dolore per procura...

    Ma avrebbe "fatto e goduto" sempre nella nostra ottica, cioè per il proprio benessere psicofisico. Perché tanto psicologicamente importante è per noi colui che muore, tanto maggiore sarà il dolore per il motivo suddetto: la vicinanza dell'altro è evolutivamente parlando indispensabile. Non a caso, il lutto contempla una serie di fasi articolate. Sono i processi di ricostruzione della propria coscienza "interrotta"dalla morte della persona significativa.

    @Inoltre, nell'altruista, è spesso presente un senso di sacrificio, che ugualmente deve generare appagamento, perchè altrimenti, con tutta probabilità, non si instaurerebbe o non si manterrebbe nel tempo. 

    Non mi è molto chiaro questo passaggio. Forse perché la definizione di altruismo sembra troppo generale e poco appliabile nelle infinite sfumature. Nella relazione con una persona significativa, a mio modo di vedere, l'altruismo ad esempio nella variante dell'amicizia, implica una relazione in cui gli obiettivi dei rispettivi comportamenti siano comuni e raggiungibili unendo le proprie forze. Ma in un altro tipo di relazione, l'altruismo potrebbe assumere la variante del "sacrificio" di cui parlavi: ad esempio, la relazione agonistica implica il raggiungimento personale di una posizione superiore nella gerarchia rispetto all'altro, quest'ultimo "sconfitto" manifesta il suo altruismo accettando l'inferiorità e potendo quindi accedere (col capo chino o mostrando le parti basse...) al territorio di chi ha vinto.

     
    @Se così possiamo dire, l'altruismo, in questo caso, è una sorta di egoismo attenuato: l'io dell'altruista diventa un protagonista secondario, sulla scena che distribuisce risorse, mentre ha un'importanza simile a quella dell'altro, anche se non perfettamente uguale, nella distribuzione dell'appagamento.

    Rimangono i dubbi nello scegliere una scala che va dall'egoismo all'altruismo. Il contuum fra gli estremi è quello più realistico. I poli mi sembrano il riflesso di una cultura radicata nella storia di un gruppo sociale. Dopo tutto, come ben sai, la teoria dell'evoluzione non ammette una Natura con intenti morali. (Non ammette nemmeno la N-atura: cioè attenzione alle personificazioni!). IL bimbo che piange egoisticamente per l'assenza della madre, il giovane egoista rabbioso contro le istituzioni, la sofferenza isterica per la rottura di un legame affettivo, il pianto inconsolabile per la morte di un caro, sono processi che contribuiscono a tutelare l'integrità della propria coscienza e quella dell'altro. Persino quando non c'è più (paradossalmente!).

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  2. @...spesso ho pensato che questo dolore della perdita fosse riconducibile all'egoismo...

    Più che altro è riconducibile ad un comportamento specie-specifico per cui l'assenza (o la presunta assenza) dell'altro attiva un comportamento di protesta che automaticamente richiami l'attenzione dell'altro. Dal punto di vista delle convenzioni socioculturali, dettate dalla storia e dalla geografia del gruppo di appartenenza, possiamo dire che si tratta di egoismo, di infantilismo, di poco senso della realtà ("se morto con la sofferenza non lo farai ritornare"), ect. ect.

    @Non è mai, o quasi mai, un dolore per tutto quello che l'altro avrebbe potuto fare e godere, per tutte le opportunità che ha perso, per tutte le cose che non potrà più vedere o dire, insomma, per farla breve, non è un dolore per procura...

    Ma avrebbe "fatto e goduto" sempre nella nostra ottica, cioè per il proprio benessere psicofisico. Perché tanto psicologicamente importante è per noi colui che muore, tanto maggiore sarà il dolore per il motivo suddetto: la vicinanza dell'altro è evolutivamente parlando indispensabile. Non a caso, il lutto contempla una serie di fasi articolate. Sono i processi di ricostruzione della propria coscienza "interrotta"dalla morte della persona significativa.

    @Inoltre, nell'altruista, è spesso presente un senso di sacrificio, che ugualmente deve generare appagamento, perchè altrimenti, con tutta probabilità, non si instaurerebbe o non si manterrebbe nel tempo. 

    Non mi è molto chiaro questo passaggio. Forse perché la definizione di altruismo sembra troppo generale e poco appliabile nelle infinite sfumature. Nella relazione con una persona significativa, a mio modo di vedere, l'altruismo ad esempio nella variante dell'amicizia, implica una relazione in cui gli obiettivi dei rispettivi comportamenti siano comuni e raggiungibili unendo le proprie forze. Ma in un altro tipo di relazione, l'altruismo potrebbe assumere la variante del "sacrificio" di cui parlavi: ad esempio, la relazione agonistica implica il raggiungimento personale di una posizione superiore nella gerarchia rispetto all'altro, quest'ultimo "sconfitto" manifesta il suo altruismo accettando l'inferiorità e potendo quindi accedere (col capo chino o mostrando le parti basse...) al territorio di chi ha vinto.

     
    @Se così possiamo dire, l'altruismo, in questo caso, è una sorta di egoismo attenuato: l'io dell'altruista diventa un protagonista secondario, sulla scena che distribuisce risorse, mentre ha un'importanza simile a quella dell'altro, anche se non perfettamente uguale, nella distribuzione dell'appagamento.

    Rimangono i dubbi nello scegliere una scala che va dall'egoismo all'altruismo. Il contuum fra gli estremi è quello più realistico. I poli mi sembrano il riflesso di una cultura radicata nella storia di un gruppo sociale. Dopo tutto, come ben sai, la teoria dell'evoluzione non ammette una Natura con intenti morali. (Non ammette nemmeno la N-atura: cioè attenzione alle personificazioni!). IL bimbo che piange egoisticamente per l'assenza della madre, il giovane egoista rabbioso contro le istituzioni, la sofferenza isterica per la rottura di un legame affettivo, il pianto inconsolabile per la morte di un caro, sono processi che contribuiscono a tutelare l'integrità della propria coscienza e quella dell'altro. Persino quando non c'è più (paradossalmente!).


    (scusa il casino del doppio commento! preferisco twitter...)

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  3. Come probabilmente avrai compreso vi è invece, da parte mia, una specie di scala di valori (non so nemmeno io quanto graduata o effettiva) , che va dall'egoismo all'altruismo, con quest'ultimo meglio considerato del primo. Da che punto di vista, dirai? Vorrei escludere  l'ottica personale perchè ovviamente troppo ristretta, ma usare, per esempio, quella della coesione sociale o del buon andamento della società, una cosa a cui più o meno tutti siamo debitori per il nostro benessere.
    In questo senso, a spanne, traggo la convinzione che c'è da aspettarsi di più dall'altruismo (pur genericamente descritto, come dici) che non dall'egoismo, per la fondata presenza della collaborazione alla base della formazione di gruppi umani così estesi. Anche se l'egoismo è importante come spinta all'azione, per il raggiungimento di obiettivi, ritengo che sia, genericamente, una spinta alla chiusura, rispetto all'altruismo visto più come apertura. E' chiaro che, a titolo d'esempio, una società perfettamente egoista o perfettamente altruista sarebbe parimenti impossibile (forse). Ma non è quello che volevo rilevare. L'idea è nata da alcuni eventi. Mi interessava verificare, svolgendo grossolanamente una specie di discorso, se vi era appiglio per considerare il dolore per la perdita da punti di vista diversi da quelli che io stesso identificavo, cioè quello egoista.
    Quanto al sacrificio all'interno del comportamento altruista intendo dire che fa parte di questo comportamento, nel senso di sacrificare risorse o tempo per l'altro, e dal riceverne comunque un appagamento, non viverlo come una forzatura o una sofferenza ma trovarlo proprio appagante, il che porta anche alla formazione di una struttura cognitiva adeguata. Ora, forse il termine sacrificio ha connotazioni troppo religiose per essere pienamente inteso, chiaro che non intendo quelle. E' un po'come rinunciare a qualcosa per sè che però ti ritorna, non so se depotenziata o potenziata, ma noto che vi è una sostanziale differenza rispetto al modo egoistico di farla arrivare.

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