sabato 13 luglio 2013

Dall'espulsione di una donna kazaka in Italia all'arresto di un bambino di 5 anni in Israele

C'è una specie di continuità ideale in questi due avvenimenti segnalati nel titolo. Nella notte del 29 maggio, secondo le ricostruzioni giornalistiche, una cinquantina di agenti della Digos ha fatto irruzione in un'abitazione per arrestare il dissidente kazako Mukhtar Ablyazov che, secondo una soffiata doveva trovarsi lì. Però non c'era. C'erano, invece, la moglie e la figlia. A un primo controllo risultava che il passaporto della donna era contraffatto e per questo motivo veniva espulsa, nonostante dall'ambasciata kazaka si dicesse che il documento era valido.  In seguito si scoprirà che il passaporto era effettivamente autentico. Dietro pressione dell'opinione pubblica e di alcune interrogazioni parlamentari il Presidente del Consiglio si occupava del caso e la conseguenza era che veniva annullata l'espulsione e madre e figlia potevano rientrare in Italia. Resta sorprendente, al di là di tutto, la velocità dell'espulsione. Sul sito della Presidenza del Consiglio, dopo pochi giorni di indagine si comunica che l'esecutivo non sapeva niente:
Risulta inequivocabilmente che l’esistenza e l’andamento delle procedure di espulsione non erano state comunicate ai vertici del governo: né al Presidente del Consiglio, né al Ministro dell’interno e neanche al Ministro degli affari esteri o al Ministro della giustizia.[comunicato pres. Cons. cit.]

Risulta altresì che tutto si sarebbe svolto secondo regolamento:
La regolarità formale del procedimento e la sua base legale sono state accertate e convalidate da quattro distinti provvedimenti di autorità giudiziarie di Roma (Procura della Repubblica del Tribunale dei minorenni il 30 maggio, Giudice di Pace il 31 maggio, Procura della Repubblica presso il Tribunale e Procura della Repubblica per i minorenni il 31 maggio).
[comunicato pres. Cons. cit.]
Anche se permane la grave pecca della
mancata informativa al governo sull’intera vicenda.
[comunicato pres. Cons. cit.]

L'altra storia riguarda un ragazzino di 5 anni arrestato da 7 militari israeliani nei territori occupati perchè aveva tirato un sasso contro un'auto dei coloni. Hai voglia a piangere, il piccolo, e i genitori a protestare che è non solo minorenne ma non imputabile in nessuna giurisdizione. Il ragazzino viene fermato e consegnato alla polizia palestinese, insieme al padre. Entrambi verranno liberati subito dopo.



La continuità ideale delle due situazioni presentate mi sembra riassunta da questa parola: sproporzione. Passi che i 50 uomini della polizia erano lì per il dissidente kazako su cui pende un mandato di cattura internazionale e non per le due donne (a quanto sembra, e comunque sembrano sempre troppi), ma il fatto che la moglie e la figlia siano state così sollecitamente espulse, nonostante evidenze contrarie, lascia ipotizzare che a ben diritto si possa parlare di sproporzione. Lo stesso, e chiaramente a maggior ragione, può dirsi per il caso del ragazzino di 5 anni arrestato nei territori occupati.
Nonostante tutto si può dire che a entrambi, in fin dei conti, passata la paura per la brutta avventura subita, non è successo niente. Ma se non ci fossero state le proteste dell'opinione pubblica e dei parlamentari e le riprese filmate di un pacifista in Cisgiordania, le cose sarebbero andate come sono poi andate?
La sproporzione, quando usata nelle questioni sociali, è qualcosa che evoca quasi sempre ingiustizia, perchè dalla non proporzionalità nella gestione delle vicende umane, soprattutto nel rapporto cittadino-istituzioni, discendono sempre situazioni di prepotenza, di prevaricazione, di sopruso. Altre volte questo è accaduto. . Quella della giustizia è una strada impervia. Non la si raggiunge praticando il rispetto solo quando è dovuto a un equilibrio delle forze. E' proprio dalla sproporzione delle forze in campo che deve venire una proporzionalità della risposta, per aversi giustizia. 


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